“Cos’è per te l’inverno?” Se me l’avessero chiesto dieci anni fa probabilmente non avrei saputo rispondere senza cadere su banalità come freddo, neve, gelo e, perchè no, anche la classica cioccolata calda davanti al caminetto. Poi, quasi per gioco, arrivò lei. A piccoli passi, la montagna, che fino a quel momento avevo del tutto ignorato, iniziò ad accompagnarmi nelle prime esperienze.
Lunghe e piacevoli camminate estive però cedettero presto il posto, oltre che a bei ricordi, a brevi e talvolta opalescenti giornate invernali. Non avevo modo di poterle sfruttare a pieno, ma volevo cercare di adattarmi. Così in breve tempo mi ritrovai con le ciaspole ai piedi e più avanti, finalmente, gli sci da alpinismo: mi si aprivano le porte di un mondo nuovo, tutto da scoprire, da vivere come fosse la prima volta (e in effetti lo era). Un mondo trasformato, plasmato nel bianco accecante di quei cristalli in continuo mutamento. Perché la neve fa proprio questo effetto dove si posa: trasforma. Dona nuova vita a valloni che credevamo di conoscere a memoria, ricama candide vesti su pendii rocciosi frastagliati e instabili, ci permette di assaporare il gusto dell’avventura a due passi da casa, magari su itinerari già percorsi decine e decine di volte, un tempo tanto familiari ed ora così diversi. Insomma con la neve è tutta un’altra storia.
Perché allora non salire d’inverno in cima alla Rocca Castello, in Valle Maira? Magari passando per una super classica della zona, la Cresta Sigismondi? Io e Luca, storico socio di scorribande alpine, ne abbiamo già parlato in varie occasioni e sembra essere arrivato il momento buono per tentare. Fra un paio di giorni è l’ultimo dell’anno e il meteo regge ancora bene. Onde evitare che abbuffate e festeggiamenti possano minare in qualche modo le nostre intenzioni decidiamo di partire l’indomani. Siamo entrambi elettrizzati non tanto per la salita che intraprenderemo, tutt’altro che impegnativa, quanto più per l’occasione di vivere un’esperienza diversa, lontana dai luoghi comuni, semplicemente la nostra, quella che abbiamo desiderato e immaginato da lungo tempo.
Perché se è vero che ci saranno sempre persone peggiori e migliori di noi, tanto in montagna quanto in qualsiasi altra sfaccettatura della nostra vita, è altrettanto vero che forse conviene concentrarsi di più su sé stessi, anziché sprecare tempo prezioso a guardarsi intorno, in cerca di approvazione o consolazione.
D’altronde il nostro può essere visto come un passatempo o uno stile di vita, ma non di certo come un obbligo o un lavoro, perciò se non ci “divertiamo” noi in primis, magari stiamo sbagliando qualcosa. La sveglia, una volta tanto, non si fa odiare: imbocchiamo la tortuosa Valle Maira che sono all’incirca le 8 del mattino e intanto ci guardiamo intorno, perlustrando le zone d’ombra nascoste a nord e i pendii assolati esposti a sud, in cerca delle prime tracce di neve. Giungiamo al paesino di Chiappera avvolti nel bianco e nel blu, la neve ricopre ancora i tetti e il cielo è sgombro da qualsiasi nuvola. Non appena apro lo sportello dell’auto per uscire, il freddo pungente classico delle rasserenate notturne mi colpisce al volto, trasformando il mio velato sussulto in uno sbuffo di vapore e infilandosi istantaneamente lungo la zip sul petto, lasciata a metà. Fa freddo. Mentre inizio a risalire i primi stretti tornanti e aspetto che il mio corpo vada in temperatura, le dita che stringono i bastoncini sono già intorpidite e la suola rigida degli scarponi stenta ad assecondare i miei passi. Intanto il sole si alza sopra l’orizzonte e intorno alle 10 ci riscalda in vista del Colle Greguri, punto culminante del nostro avvicinamento odierno.

Di lì a pochi minuti ci prepariamo, svuotiamo gli zaini e scrutiamo la parete tastandone a vista le condizioni, che sembrano ottime: la neve ricopre alcune cenge e intasa qualche piccolo anfratto, il resto appare pulito ed asciutto.

Luca parte per primo. C’è calma di vento, il tintinnio della ferraglia sul suo imbrago riecheggia sbattendo sulla prima breve paretina che lo vede avvicinarsi, per poi perdersi immediatamente alle mie spalle, sui pendii prativi imbiancati. Io intanto rimugino sulle tempistiche: con mille variabili in gioco e l’imprevisto dietro l’angolo non è mai facile prevedere l’arrivo in cima e il rientro a valle. Ma pur dovendo ammettere di essere un ritardatario cronico nella vita di tutti i giorni, in montagna, per qualche motivo, potrei far concorrenza a un orologio svizzero.
Perchè il tempo è prezioso, sempre e comunque, anche se spesso ce ne dimentichiamo, ma in quota lo è ancor di più.
E durante la stagione bianca lo si percepisce chiaramente: i giorni si accorciano, le ombre si allungano, la mattina sembra essersi appena svegliata, che il pomeriggio già inizia a ritirarsi sotto la spessa trapunta della notte. Tutto si intensifica, si condensa in poche ore. Se le cose andranno secondo i piani saremo di ritorno all’auto al tramonto. Riporto gli occhi su di Luca, che nel frattempo è arrivato in sosta e inizia le dovute manovre per recuperarmi da secondo.

La roccia è quasi del tutto sgombra da neve, ma l’idea di arrampicare a mani nude non mi sfiora affatto, per il momento. Lo raggiungo e passo davanti, tocca a me il traverso sulla cengia appena al di là di un breve camino: intasata di farina inconsistente non è molto invitante, ma per il momento i ramponi possono continuare a giacere sul fondo dello zaino. Prendo invece la piccozza sul retro e mi avvio, a tentoni, lungo quei 50/60 metri che mi separano dalla seconda sosta della via. Nel mezzo mi proteggo rinviando le corde in uno spit che sbuca dalla neve: pare un diamante investito dagli ultimi raggi di sole. Un passo oltre e vengo inghiottito dall’ombra, che non ci abbandonerà più fino a quando non sbucheremo in cima. Recupero il socio, scambiamo due parole, da qui si vede meglio la parte alta della Sigismondi. Un paio di tiri di corda ci separano dal breve camino che ci porta in cresta. Il terreno si impenna, la neve aumenta.


Tocca ricorrere a un po’ di “misto” per progredire in tranquillità, una mano qui, una picca più su e così via. Fortunatamente la tenuta è buona e in breve ci ritroviamo sotto il passo chiave. E’ il turno di Luca, si sofferma qualche minuto a valutare il da farsi, se indossare le scarpette per avere un po’ di sicurezza in più o proseguire in scarponi, con i piedi al caldo. Io alzo lo sguardo, inclino il capo come per cercare di far fluire i ricordi, poi mi volto indietro e lascio che tutto si riversi al di sotto, nel vuoto della parete. Mi rivedo salire, anzi ci rivedo entrambi, sulla roccia calda e asciutta di un agosto agli sgoccioli, appena una manciata di anni fa. Ripenso alla prima volta, al primo camino: eravamo ancora dei “brocchi”, in senso buono, quando ci siamo fatti accompagnare qui sulla Sigismondi da un amico più navigato. Era stato un po’ il battesimo dell’arrampicata per noi, ne eravamo tornati entusiasti. Adoro le prime esperienze, quelle che ti segnano dentro, profondamente, senza la pretesa di concludersi con un exploit da fuoriclasse.
E’ un po’ come innamorarsi: in quel momento non sai ancora come andrà a finire, se verrai ricambiato invece che respinto, se andrà bene oppure sarà un fiasco. Ti butti e basta, senza se e senza ma. Perché la passione, come l’amore, è qualcosa di difficile da spiegare: ti brucia dentro, ti rimette in sesto dopo una brutta caduta, ti scuote dalle fondamenta dei tuoi vizi e delle tue abitudini, ti dà la forza proprio quando ormai credevi di averla finita da un pezzo. E’ bella, è potente, e si alimenta con poco. Si alimenta con i sogni.
Proprio come uno di quelli che oggi ci ha riportati qui, d’inverno, per goderci in completa solitudine una salita dal sapore alpinistico.

Luca mi fa un cenno, ha indossato le scarpette e riparte in direzione del camino, appena una decina di metri sopra le nostre teste. Supera alcune rocce rotte, ammassate e incastrate l’una sull’altra, più in alto piega leggermente a sinistra ed esce nuovamente in sosta. Mi recupera, salgo a mia volta e riparto per il primo tiro in cresta. Il sole non riesce ancora a raggiungermi, rimango nell’ombra ma ormai ne sento già l’odore.

Ci ricongiungiamo poco più su e, a rotazione, risolviamo gli ultimi facili metri. Quando giungo sul plateau sommitale della Rocca, nel piacevole tepore della luce, una spessa coltre di neve accoglie l’impronta del mio scarpone, la prima, l’unica. E’ incredibile essere qui, l’ambiente è surreale.


Recupero il socio un’ultima volta, ci scattiamo un paio di foto. Ma è il momento di iniziare a scendere: le soste di calata per le doppie sono tutte pulite, scorriamo bene, non ci sono incastri.

In poco più di mezz’ora siamo nuovamente alla base della parete, a due passi dal Colle. Recuperiamo le corde, riordiniamo il materiale sull’imbrago e rifacciamo su gli zaini, pronti al calvario: il sole ha cotto per bene la neve e si sfonda talvolta fino al ginocchio scendendo lungo il sentiero. Con la dovuta cautela e l’aiuto di qualche santo protettore di tendini e legamenti, giungiamo all’auto incolumi con le ultime luci.
Un po’ stanchi, ma decisamente grati e soddisfatti.
Cos’è per me l’inverno? E’ ricerca, scoperta, avventura.
A due passi da casa.
Autore: Loris Molineri
“Dovessi scegliere tra montagna e fotografia,
mi servirebbe uno zaino più grande.”
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